 Lino Zanichelli |
A
Reggio la raccolta porta a porta dei rifiuti della sola settima
circoscrizione è bastata ad accendere la miccia della polemica politica
e a dare vita allo spettro di un nuovo raggruppamento politico ad hoc;
da Napoli la televisione trasmette le immagini della spazzatura che
invade le strade e a farsi carico di quell'immondizia sarà anche
l'Emilia. Da un pezzo ormai non si hanno notizie della costruzione del
nuovo inceneritore e, mentre i verdi e una parte della sinistra
radicale sono per estendere il porta a porta a tutta la città, ormai
anche i Ds dicono a chiare lettere che occorre rivedere i metodi fin
qui usati per ridurre la quantità dei rifiuti e per riciclarli. Insomma
le politiche ambientali sono la materia, insieme alla sicurezza, che
più di ogni altra riesce a stimolare il dibattito e la pretesa di
partecipazione, sempre più accesa, dei cittadini alle scelte delle
amministrazioni. Ma oltre ai rifiuti, le politiche ambientali non
possono più eludere temi quali la respirabilità dell'aria, la
disponibilità di risorse idriche e la vita stessa del Po. Di tutto
questo abbiamo parlato con l'assessore regionale all'ambiente, il
reggiano Lino Zanichelli, reduce da una fiera a Rimini che ha avuto
proprio l'ecologia come protagonista.
Assessore Zanichelli, come sta l'ambiente reggiano?
“Mi viene da dire quello che sono solito affermare per l'Emilia
Romagna e che vale anche per Reggio: sta come il suo assessore
all'ambiente: tende ad ingrassare. Al di là delle battute, siamo in
presenza di una crescita che aumenta i problemi di qualità dell'acqua,
dell'aria, la produzione dei rifiuti, l'espansione urbana. Di
conseguenza c'è bisogno di lavorare per quello che chiamiamo sviluppo
sostenibile, che significa non sospendere o fermare le attività, ma
orientarle in direzione della sostenibilità e del rispetto del
territorio”.
La situazione con la nascita di Enìa è migliorata o peggiorata?
“Da un lato io rimpiango Agac, che è una delle più belle esperienze
fatte in Italia, dall'altro però non possiamo non guardare alla
dimensione europea che impone la realizzazione di aziende di grandi
proporzioni per diminuire i costi, aumentare l'efficienza e offrire
agli utenti risorse ambientali a costi contenuti. Siamo a metà della
transizione, non si è ancora capito probabilmente fino in fondo che il
futuro è in un rapporto fra indirizzo, controllo e gestione delle
aziende che non sarà più coincidente come lo è stato nei decenni
passati. Gli enti locali dovranno sempre più garantire i propri
cittadini e gli utenti, le aziende dovranno essere sempre più
efficienti e capaci di attrarre capitale per fare i propri
investimenti. Questa è la fatica della nuova stagione che abbiamo di
fronte”.
Come vede i rapporti attuali fra Enìa e Hera?
“Ho vissuto la vicenda delle banche, la difficoltà di costruire un
soggetto regionale ha fatto sì che ogni provincia sia stata assorbita
da un grande sistema bancario nazionale la cui testa è a Milano, a
Verona o a Roma. Vorrei che non si ripetesse questo errore e vorrei che
il polo più grande rispetto alla regione Emilia Romagna che si andrà a
costruire non veda l'Emilia Romagna stessa subalterna ma possibilmente
in una posizione di avanguardia. E' evidente che all'interno di questo
ragionamento ci sta un dialogo fra Hera ed Enìa, che però deve avvenire
riconoscendo la storia, il valore, la forza di questa parte del
territorio regionale”.
La raccolta porta a porta è davvero un'esperienza significativa?
“Una premessa. Gli strumenti per raccogliere rifiuti rimangono
strumenti, il vero problema che abbiamo posto al centro del nostro
lavoro e che sarà sempre più importante è l'obiettivo che ci si vuol
dare. Il nostro obiettivo è: concepire il ciclo di vita del prodotto a
partire dalla progettazione fino allo smaltimento finale; poi puntare a
una forte differenziazione della raccolta; in terzo luogo recuperare
energia dalla residua parte di rifiuto non differenziabile abbandonando
la discarica secondo le disposizioni dell'Unione europea. Se io, ad
esempio, organizzo una raccolta differenziata nelle attività produttive
che mi riduce drasticamente la produzione dei rifiuti dei bar o dei
laboratori artigiani aumento subito in modo consistente la raccolta
differenziata stessa e raccolgo materiale. Se io raccolgo difrerenziato
in tutti i luoghi di incontro - palestre, centri sociali, stadi -
diminuisco i rifiuti. Di conseguenza per me il porta a porta non è
un'esperienza da considerare in chiave ideologica, ma da realizzare a
seconda delle condizioni e delle realtà”.
Non ha l'impressione che questo porta a porta limitato a una sola
circoscrizione abbia distratto l'attenzione dalla costruzione del nuovo
inceneritore?
“La discussione che stiamo facendo su scala regionale la riassumo
in tre numeri: due milioni e 800mila tonnellate annue di rifiuti
urbani, più di una decina di milioni di rifiuti speciali contro una
termovalorizzazione che è sull'ordine delle 750mila tonnellate e che i
progetti di ampliamento vogliono portare a circa un milione e 200 o
300mila tonnellate. Solo i fanghi provenienti dagli impianti di
depurazione urbana sono circa due milioni e mezzo di tonnellate e danno
sempre più difficoltà ad essere utilizzati come fertilizzanti in
agricoltura perché hanno bisogno di una caratterizzazione e perché
contengono sostanze non compatibili. Abbiamo una quantità che supera i
14 milioni di tonnellate e parliamo di impianti che arrivano
nell'ordine di un milione e 300mila complessivamente. E' un falso
problema contrapporre la riduzione dei rifiuti e i termovalorizzatori;
abbiamo bisogno di agire con una strategia che tocchi tutti gli
aspetti, che spinga al massimo prevenzione, riciclaggio, recupero e
termovalorizzazione per la parte che non può essere trattata
diversamente”.
Per quanto le è dato sapere, a che punto è la Provincia con la
procedura per la scelta del luogo in cui costruire l'inceneritore e
della tipologia dell'impianto?
“Noi come Regione non decidiamo direttamente né localizzazione né
l'impiantistica, diamo indicazioni generali assegnando alla Provincia
con il piano dei rifiuti e al sistema locale il compito di prendere
decisioni specifiche. Credo si stia facendo un ragionamento che da un
lato verifichi queste esperienze che si stanno facendo di
differenziazione e raccolta e anche il tipo di tecnologia da usare per
i nuovi impianti. Non voglio entrare nel dettaglio tecnico, so che ci
sono opinioni diverse; il punto vero è garantire da un lato la
soluzione dei problemi perché Dio non voglia che ci troviamo come altre
regioni italiane, ma d'altra parte nessuno vuole realizzare impianti
che non abbiano il massimo di sicurezza, che non diano il massimo di
garanzie per i cittadini. In questi giorni abbiamo tenuto un convegno
scientifico d'intesa con l'Arpa a cui abbiamo invitato i principali
esperti in materia di nanoparticelle, di inquinamento ambientale,
compresa Antonietta Gatti che è una delle principali protagoniste del
dibattito sugli inceneritori, perché vogliamo avere il massimo di
trasparenza e di garanzie per i cittadini. Abbiamo deciso d'intesa fra
assessorati all'ambiente e alla sanità di realizzare un monitoraggio
integrato di tutti gli impianti di termovalorizzazione della regione,
perché crediamo che su questi temi non ci debbano essere zone grigie.
Se ci sono opinioni è bene che siano confrontate fra loro con il
maggior rigore scientifico possibile, perché le decisioni siano chiare.
La nostra convinzione è che bisogna valutare tutti i fattori di
inquinamento; è indubbio che sia molto peggio avere uno smaltimento non
adeguato o abusivo rispetto all'usare tecnologie avanzte e complesse,
quindi il giudizio non può essere assoluto. Tutti noi sappiamo che fa
più paura un inceneritore ma altrettanto sappiamo quanto sia costante e
quotidiana l'incidenza delle polveri provenienti dalle auto e dalla
mobilità urbana. Occorre ricostruire un percorso in cui ci sia una
razionalità che deriva un concorso scientifico e da una partecipazione
vera e non emotiva su questi fatti”.
Per quanto potremo andare avanti con il sistema delle discariche?
“Le nostre discariche sono fatte a regola d'arte. Sono anche
discariche che recuperano energia e che sono governate con molta
attenzione, ma le normative europee di nuova generazione si sono date
come obiettivo il loro smantellamento al massimo entro 15 anni e dunque
non è possibile trascurare la necessità di trovare alternative a quel
modello”.
Non è una contraddizione organizzare il porta a porta in un quartiere e poi prendersi carico dei rifiuti della Campania?
“Intanto i rifiuti urbani della Campania sono andati a Granarolo,
in un impianto di termovalorizzazione di Hera di Bologna, portati su un
treno, su uno scalo a pochi chilometri dall'impianto. Mi è capitato di
fare una battuta: tutti i rifiuti che partono dal Sud per essere
trasferiti in impianti di termovalorizzazione e discariche del Nord,
della Germania e di altri paesi passano attravero le strade dell'Emilia
Romagna. Tutti si scandalizzano per un quantitativo di 3.500
tonnellate, che sono 5 o 6 giorni della produzione di Bologna, e
nessuno si interroga sul fatto che i rifiuti speciali si muovono in
piena libertà e quindi possono attraversare il nostro territorio, e
addirittura perdersi sul nostro territorio. Ecco perché ritengo che sia
molto importante una politica di prossimità, in cui ogni territorio è
chiamato a risolvere questi problemi. Abbiamo detto sì alla Campania
perché non potevamo sottrarci di fronte a un dramma-igienico sanitario
prima ancora che di politica dei rifiuti, però è evidente che se
l'Italia non riesce a darsi una soluzione organica nazionale su questi
temi non potrà mai pensare a competere con l'Europa e il mondo, perchè
i costi ambientali sono una componente fondamentale della competitività
di un sistema. Ce lo dicono Kyoto, la questione dei rifiuti, il
problema dei nitrati. Quindi non vedo contraddizione fra un porta a
porta e quei rifiuti, invece il problema è che i cittadini siano molto
responsabioli rispetto alle loro questioni ambientali”.
Gli interventi di limitazione del traffico hanno ancora un significato?
“Sì; è vero che non abbiamo migliorato, in alcuni casi, i picchi
delle polveri nel corso dell'anno e, contro un numero di superamenti di
35 giorni l'anno che si dovrebbe rispettare per norma, andiamo
mediamente a 90 giorni di superamenti in val Padana, però se guardiamo
il dato medio allora scopriamo che questo è migliorato grazie alle
limitazioni. Mi rendo conto che rompiamo le scatole alla gente ma c'è
un problema di natura sociale e igienico-sanitaria che ormai rende
insostenibile una situazione come quella che stiamo vivendo. Con le
limitazioni e le iniziative che abbiamo cominciato ad assumere grazie
al sostegno alla riconversione al metano e grazie agli incentivi del
governo per il trasporto pubblico locale, noi abbiamo assistito a una
progressiva ricerca delle aziende automobilistiche verso mezzi meno
inquinanti e abbiamo cominciato a introdurre nei progetti delle
famiglie l'acquisto di auto non tanto potenti e inquinanti quanto
caratterizzate dalla possibilità di muoversi nei centri urgani. In
generale abbiamo una necessità in questo paese: aumentare il trasporto
pubblico e renderlo più competitivo, soprattutto nelle aree urbane. In
Emilia Romagna abbiamo 614 auto ogni mille abitanti, compresi i bambini
e gli anziani. Abbiamo bisogno di favorire forme in cui auto condivisa,
auto a noleggio, trasporto pubblico, logistica urbana integrata per
evitare l'uso di mezzi inquinanti da parte di soggetti economici
facciano sostanziali passi in avanti. Reggio, che è stata
all'avanguardia, deve continuare a lavorare con intensità perché mi
dispiace che nelle ultime graduatorie non abbia quel ruolo che può
avere. Si guardi alla ricerca di Legambiente che ci vede in una
posizione che non è nei primi 5 o 10 come altre città della Regione”.
Quali sono in generale le strategie per rendere più respirabile l'aria?
“Noi adesso abbiamo un problema globale molto serio. A me
impressiona, in questo periodo dell'anno in cui dovremmo temere per
allagamenti e piene, che sul mio tavolo il dato più preoccupante sia
che la diga che alimenta la Romagna è quasi vuota. E' un fatto
eccezionale che dipende da un ottobre e da un novembre non piovosi.
Questo ci richiama a un dato globale che se non entra nell'agenda degli
Stati Uniti o della Cina e non ci riporta alle volontà di Kyoto ancora
poco rispettate rischia di complicarci la vita. Detto questo, che non
si sembra cosa secondaria, dico che nelle città occorre agire molto
sulla convenienza al risparmio; l'energia elettrica costerà sempre di
più, i prodotti petroliferi costeranno sempre di più e di conseguenza
dobbiamo lavorare nettamente per il contenimento energetico degli
edifici, per la produzione di energia attraverso fonti rinnovabili e
per il risparmio di acqua, di energia e per il recupero dei rifiuti. Al
riguardo abbiamo sottoscritto un protocollo con la Provincia e i Comuni
di Reggio e Bagnolo che è all'attenzione del ministro Bersani e che può
diventare un punto di riferimento. Stiamo lavorando per un piano
energetico che sviluppi al massimo le fonti rinnovabili e abbiamo
predisposto ad esempio un metodo tariffario per l'acqua che cerca di
incoraggiare gestore e consumatore a risparmiare. Un terzo dell'acqua
che consumiamo è acqua calda. Risparmiare acqua, visto che ne
consumiamo 170 litri al giorno a persona, vuol dire risparmiare anche
energia elettrica. Bisogna costruire un sistema di forte sensibilità.
Le imprese che si sono dedicate di più all'innovazione di processo e di
prodotto sono anche quelle che hanno una maggiore propensione per
l'innovazione e le sfide che abbiamo di fronte, sono le più moderne e
proiettate al futuro. Abbiamo inaugurato un grande impianto
fotovoltaico, che si paga in otto anni e ne dura 20-25; è evidente che
un'impresa che per quindici anni avrà energia costo zero ci farà
affari, però è altrettanto evidente che quest'azienda deve immaginarsi
in vita fra otto anni”.
Per un altro grande malato, cioè il Po, si può fare niente?
“Il Po forse è la metafora dei grandi problemi dell'ambiente
italiano. Abbiamo fra le mani un'enorme risorsa che spesso diventa una
grande minaccia, d'estate perché non c'è acqua, d'autunno e in
primavera perché ce n'è troppa. Il Po ci suggerisce un rapporto fra
Stato e Regioni diverso da quello che da un lato immaginano alcuni,
cioè da un lato un grande potere allo Stato e alla Protezione civile e
dall'altro quello che immaginano i leghisti, cioè potere solo alle
Regioni. Anche qui la risposta sta nell'orientamento dell'Unione
europea che ha approvato una direttiva, la 2000/60 che l'Italia non ha
ancora recepito, che mette in capo ai distretti idrografici il compito
di pianificare e gestire le politiche insistendo molto sulla
partecipazione dei cittadini e di coloro che stanno sui bacini. Stiamo
lavorando per adeguare la legislazione italiana e per costruire una
governance del Po che abbia questa forza e questo respiro, in cui Stato
e Regione uniti sappiano pianificare e dare attuazione ai piani senza
dovere ricorrere all'emergenza nei momenti di difficoltà. Bisogna
chiedere ai grandi gestori idroelettrici di non invasare tutta l'acqua
in primavera per non averla d'estate, bisogna evitare che chi sta a
monte trattenga tutta l'acqua, ma questo non va deciso in luglio, va
deciso a dicembre e comunque in un piano che deve esere coordinato e
pronto all'uso nell'emergenza. Questo è stato il limite del governo
Berlusconi, che non ha fatto questa politica, bisogna recuperare il
ritardo ed è quello che chiediamo al nuovo governo. Possiamo affrontare
con maggiore apertura la stessa questione delle attività estrattive,
toccando la contrapposizione fra non toccare nulla ed escavazioni
abusive, lavorando su progetti di rinaturazione che diano più invaso
alle golene, più naturalità al fiume e riserve d'acqua che nei periodi
di magra possano integrare le carenze”.
LARGO AI GIOVANI
NOMINATA LA CONSULTA DEGLI STUDENTI
DARIO DE LUCIA DOPO ELISABETTA FERRARI
Con l'elezione di presidente e vicepresidenti si è insediata
ufficialmente nella Sala del Tricolore la nuova Consulta provinciale
degli studenti, organo rappresentativo che viene rinnovato ogni due
anni con elezione diretta. I 37 delegati dei 21 istituti superiori
della provincia sono stati accolti dal presidente del consiglio
comunale Nando Rinaldi, dall'assessore comunale alla scuola e giovani
Iuna Sassi, dall'assessore provinciale alla scuola Gianluca Chierici e
dal dirigente del Csa Vincenzo Aiello. A nome del consiglio comunale, Nando Rinaldi - nel 1997 primo
presidente dell'allora neocostituita Consulta - ha ricordato
l'importanza del parlamentino dei giovani studenti, invitando i nuovi
eletti ad essere protagonisti non soltanto della crescita della scuola
ma anche di tutta la comunità locale. “Non è un caso - ha detto Rinaldi
- che la seduta di insediamento della Consulta degli studenti si svolga
nella sala ove nacque il vessillo nazionale. Essa è stata infatti tra i
simboli della storia democratica del nostro Paese, anche grazie a
figure come Nilde Iotti e Don Dossetti, che sessanta anni or sono
sedettero su questi banchi”.
Nel formulare gli auguri di buon lavoro ai rappresentanti degli
studenti, l'assessore Iuna Sassi ha tra l'altro ricordato l'impegno
dell'amministrazione comunale a favore dei giovani, con iniziative come
il centro 'La gabella' di via Roma, il sito web 'portale giovani' e la
'carta giovani' che, ha annunciato l'assessore, sarà attivata nel
febbraio prossimo. Al termine dell'incontro, i delegati hanno eletto il
nuovo presidente della Consulta, che sostituisce Elisabetta Ferrari,
presente all'incontro. Con 30 preferenze su 37 votanti è stato
designato Dario De Lucia, studente dell'istituto Secchi. Eletti
vicepresidenti Marco Salvarani e Fabio Vicini, rispettivamente del
Matilde di Canossa e del liceo Aldo Moro. Tutti e tre gli studenti si
riconoscono o sono vicini alle posizioni della Sinistra giovanile.
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